Dopo un intervento chirurgico al seno, quando il tumore viene riconosciuto estrogeno-correlato, scatta la prescrizione di Tamoxifene, un farmaco inibitore degli estrogeni, in grado di rendere meno probabili le recidive. Tale inibizione tuttavia ha effetti disastrosi sulle ossa del paziente. Sarebbe opportuno oggi che il medico avesse
libertà di scegliere, caso per caso, se e quando tale terapia sia importante o possa invece fare ancora più danni.
Articolo tratto dal N° 146 – L’Altra Medicina
Essere farmacista: una professione di responsabilità
Non è cosa banale fare la farmacista, specialmente se sei una farmacista di segnale. Nella nostra professione, la dispensazione del farmaco al banco è quotidiana, spesso frenetica, ma rappresenta anche un momento prezioso di contatto con il cliente-paziente. È venerdì mattina e, lì fuori, c’è il mercato. Io non riesco a concentrarmi perché nella mia testa continua a riecheggiare la frase che ho sentito ieri sera al telefono da un’amica, alla quale purtroppo è stato appena asportato un tumore al seno: cinque anni di soppressore della funzione ovarica e dieci anni di tamoxifene, da iniziare dopo la radioterapia. Nello stesso momento, osservo una collega che, meccanicamente, riempie la cassettiera con i farmaci arrivati al mattino, tra cui spiccano diverse confezioni di tamoxifene, un farmaco antiestrogenico.

Il tamoxifene e i suoi effetti sul corpo
“Ho paura di questa terapia, ho 42 anni e mi ritroverò in menopausa in men che non si dica, con tutti gli effetti collaterali del caso!” La cosiddetta terapia adiuvante è una terapia ormonale indicata nei casi di tumore al seno ricettivo agli estrogeni nella fase post-intervento, sia per le donne in pre-menopausa sia per quelle in post-menopausa. Gli estrogeni sono ormoni normalmente prodotti nelle ovaie della donna in età fertile. Con l’arrivo della menopausa, si verifica un cambiamento fisiologico per cui questi ormoni non vengono più prodotti dalle ovaie, che smettono gradualmente di funzionare, bensì dal tessuto adiposo. Il livello degli estrogeni in questa seconda fase si stabilizza a un livello più basso. Naturalmente, questo riarrangiamento comporta dei cambiamenti, che non devono essere necessariamente visti in modo negativo, basta che ci sia il supporto necessario per una corretta nutrizione e il mantenimento, o l’incremento, dell’attività fisica quotidiana.
Menopausa e osteoporosi: il peso della terapia
Se invece, cercando su Google “osteoporosi cura”, appare subito una lista di farmaci dai nomi noti, quali alendronato, risedronato, calcio carbonato e altri, passa il messaggio che si tratti di una malattia che richiede sempre una terapia farmacologica. Quando eravamo primitivi, probabilmente la donna aveva ben poco da vivere dopo la fine della sua fertilità, se tutto andava bene. Oggi, le prospettive sono cambiate, e per la donna gli anni dopo i 45 possono essere i più belli e gratificanti di tutto il ciclo di vita. È molto triste rendersi conto di quanto spesso, invece, questo periodo venga considerato un momento (lungo!) di grande fatica, in cui ci si deve affidare alla propria capacità di adattamento e cercare di arginare, senza troppe speranze, la moltitudine di disagi psico-fisici a cui si va incontro. Gli estrogeni giocano un ruolo molto importante nel meccanismo del riarrangiamento osseo, che viene “mangiato” dagli osteoclasti e ricostruito dagli osteoblasti (chi ha la mia età forse ricorda quanto erano simpatici i forzuti operai preposti al rimodellamento delle ossa nella serie “Esplorando il corpo umano”). Una minore presenza di estrogeni comporta uno sbilanciamento verso l’erosione, che porta a una riduzione della densità ossea. Questo accade sia nella menopausa fisiologica sia in quella indotta farmacologicamente, come nel caso della terapia antiestrogenica.
Tamoxifene: tra prevenzione e effetti collaterali
L’assunzione di un farmaco antiestrogenico come il tamoxifene ha un duplice scopo: impedire la stimolazione di eventuali cellule cancerose residue dopo la rimozione della neoplasia e, al contempo, eliminare completamente dalla circolazione quel poco di ormone ancora presente. Tuttavia, questa deprivazione ormonale accelera la degenerazione delle ossa, esponendo la paziente a un maggiore rischio di osteoporosi e fratture. Mia madre ricevette una diagnosi di tumore al seno a 50 anni, in coincidenza con la menopausa, dato che assumeva ancora un anticoncezionale orale. Affrontò chemioterapia e radioterapia, seguite da cinque anni di tamoxifene. Nel corso del tempo, la durata di questa terapia è stata progressivamente estesa: prima cinque, poi sette e ora dieci anni, un periodo lunghissimo, considerando che spesso coincide con l’inizio della seconda metà della vita di una donna.
L'efficacia del tamoxifene e il peso della terapia
Dal punto di vista scientifico, l’uso del tamoxifene nella terapia adiuvante è supportato da solide evidenze, che dimostrano la sua efficacia nella riduzione del rischio di recidiva del carcinoma mammario recettivo agli estrogeni. Studi clinici e metanalisi ne hanno evidenziato i benefici in termini di sopravvivenza, rendendolo uno standard di cura in molti casi. Tuttavia, gli effetti collaterali sono altrettanto documentati e non possono essere sottovalutati. Ho osservato direttamente, nel caso di mia madre, il rapido impatto del farmaco sulla sua salute ossea. Già affetta da una lieve artrosi dell’anca, nel giro di un anno iniziò a camminare con una stampella e a provare dolori persistenti, che la costrinsero a una continua assunzione di antidolorifici. Dopo cinque anni dalla diagnosi, si sottopose a un intervento di protesi dell’anca, che fortunatamente riuscì bene. Nonostante abbia sempre trovato conforto nel fatto di non aver avuto recidive, ha spesso ammesso che, potendo tornare indietro, avrebbe evitato il tamoxifene per gli effetti debilitanti che ha avuto sulla sua qualità di vita.
Impatto psicologico e sessuale nelle pazienti giovani
Per una donna più giovane, gli effetti collaterali del tamoxifene non si limitano all’aspetto fisico, ma si estendono anche alla sfera psicologica e sessuale. Il tumore al seno colpisce una parte del corpo strettamente legata all’identità femminile e all’autostima. In aggiunta, la terapia ormonale influisce negativamente sulla funzionalità dell’apparato riproduttivo e sulla libido, rendendo necessario un supporto adeguato per affrontare queste difficoltà. Di fronte a una diagnosi oncologica, la prima preoccupazione è evitare la ricomparsa della malattia, ma è altrettanto fondamentale che le pazienti siano pienamente consapevoli del percorso terapeutico che stanno per intraprendere. Ogni donna ha un profilo di rischio specifico e una qualità di vita che devono essere considerati nella definizione della durata e del tipo di terapia più adeguati.
Resistenza al tamoxifene e nuove prospettive terapeutiche
Dati recenti evidenziano che tra il 30% e il 50% delle pazienti sviluppano resistenza al tamoxifene entro i primi due anni di terapia, riducendone così l’efficacia terapeutica mentre gli effetti collaterali permangono. In questo contesto, ricerche condotte da Derry Procaccini, specialista in Nutrizione avanzata, hanno dimostrato che l’uso di integratori come la curcumina in nanoemulsione può ridurre questa resistenza, migliorando l’effetto protettivo e mitigando gli effetti avversi del farmaco. Un’integrazione mirata potrebbe rendere il trattamento più equilibrato e personalizzato, migliorando la qualità della vita delle pazienti.
Verso un approccio più consapevole e integrato
Le pazienti hanno il diritto di ricevere informazioni chiare e dettagliate non solo sull’efficacia del tamoxifene, ma anche sui suoi possibili effetti collaterali. L’oncologo, salvo specifiche competenze in nutrizione avanzata di precisione, dovrebbe collaborare con professionisti specializzati in supporto nutrizionale e attività fisica, al fine di offrire un approccio più completo. Negli ultimi anni, il supporto psicologico è diventato parte integrante della routine terapeutica, ma spesso non viene ancora messo al primo posto come sarebbe auspicabile.
Il ruolo chiave di nutrizione e movimento
Non ci stancheremo mai di sottolinearlo: nutrizione e movimento sono strategie fondamentali per il mantenimento della salute. L’attività fisica, a qualunque età, favorisce il benessere dell’apparato muscolo-scheletrico ed è un’eredità del nostro passato evolutivo da cacciatori-raccoglitori, abituati a percorrere molti chilometri al giorno. Sebbene richieda impegno e costanza, ha il vantaggio di non presentare effetti collaterali, ma solo benefici, inclusa una maggiore socialità.
Libertà terapeutica e medicina di segnale
Il medico di segnale dovrebbe valutare, caso per caso, il rapporto tra il beneficio preventivo del farmaco e il danno certo che esso comporta al sistema muscolo-scheletrico e ad altri apparati, aiutando la paziente a scegliere in piena libertà terapeutica. Come insegna Luca Speciani alla Scuola di Medicina di Segnale di Lugano, un tumore non nasce dal nulla, ma ha cause che possono essere nutrizionali, tossicologiche o psicosomatiche. Se il confronto medico-paziente porta a una ragionevole certezza di aver rimosso le cause della malattia, è necessario il coraggio di deprescrivere il farmaco, liberi da condizionamenti legati alla medicina difensiva, con l’obiettivo di preservare la salute e la qualità della vita della paziente.

Eleonora Cividini
Farmacista
Ha frequentato la Scuola di Medicina di Segnale a Lugano nel 2024.

Eleonora Cividini
Farmacista
Ha frequentato la Scuola di Medicina di Segnale a Lugano nel 2024.